di Stefano Anselmo Le analisi sociologiche del trucco come “espressione antropologica” vengono raramente annoverate dagli antropologi tra le attività quotidiane appartenenti di fatto alla storia del costume. Gli antropologi, invece, si soffermano volentieri sulle sue origini ornamentali, religiose, profane. Diversamente, noi desideriamo affiancare questa pratica all’evolversi delle società dove trasse origine stabilendo, dall’antichità a oggi, due grandi categorie: il trucco funzionale, cioè religioso, teatrale, simbolico, militare, eccetera e quello decorativo, abbellente, ludico, ecc.

Nel primo Medioevo il trucco è limitato alle classi privilegiate e non è ammesso un uso sociale indiscriminato. Nel tardo Medioevo, invece, il trucco scenico assurge a tecnica specifica utile e indispensabile per supplire all’abbandono della maschera mobile da parte degli attori. In quest’epoca, la rappresentazione sacra e i generi del mistero acquisiscono piena maturità espressiva, anche grazie all’uso del trucco quale indispensabile complemento della caratterizzazione scenica. Nel contesto contemporaneo, lo scopo del trucco è procurare una bellezza acquistata. Tuttavia, domandiamoci: “Cos’altro è il truccarsi o il mascherarsi se non comunicare con tutto il corpo l’idea di un archetipo?” L’uomo ha sempre usato il suo corpo come segno per comunicare il suo modo di essere, e i diversi modi di farlo escogitati lungo il corso di tutta la sua storia non fanno che sottolineare l’unità di fondo di questa idea primigenia, forte, densa, unica, precisa, ma proprio per questo inafferrabile. O almeno inafferrabile tutta d’un fiato. Le ricette per la preparazione di prodotti di bellezza si perdono nella notte dei tempi. Dalle ricette del Papiro Ebres (antico Egitto) a quelle dei greci Galeno e Plinio, al Libro di Metrodora, (medichessa greca del IV d.C.), ai Medicina Facei Femina e Remedia amoris del romano Ovidio, al Kosmeticon attribuito addirittura alla mitica Cleopatra, fino alla medichessa medioevale Trotula. Se poi ci inoltriamo nel Rinascimento e proseguiamo nei secoli successivi, scopriamo un’enormità di trattati, raccolte di ricette e consigli per insegnare alle donne (e non raramente anche agli uomini) le pratiche per abbellirsi. Cosa che ci conferma che tutta la storia dell’uomo è fortemente permeata dal desiderio di modificare il proprio aspetto migliorandolo.



Parole che l’uomo dice con tutto il suo essere. Desiderio connaturato di esprimere l’esistenza, la diversità, la rabbia, l’amore, l’essenza di un essere dotato di corpo, ma soprattutto di ragione. Gli antropologi sostengono che in fondo a quello che noi percepiamo come Bello, c’è sempre l’esplicitazione di un’attrazione sessuale; forse, ma non può essere solo questo. Truccarsi è evidentemente un modo di sottolineare aspetti e forme di sé, ma è anche un bisogno di allontanare la vecchiaia, di apparire sempre giovani o comunque diversi, di stupire, di offrire una versione di sé inaspettata o rinnovata o semplicemente più moderna. Attraverso il trucco (maschera dipinta sul viso), l’uomo nasconde parte della faccia, ma anche del carattere. L’Altro, ottenuto mascherando sé stesso, è migliore, e possiede qualità assenti nell’originale. Il trucco ha infatti il compito di sostituire, seppur parzialmente, i tratti naturali dell’individuo, diventando uno strumento di travestimento non tanto per essere scambiati per qualcun altro, quanto, sviando i valori reali, li sostituisce, con altri: culturali ideologici o simbolici. Modifica i punti chiave dell’espressione, quelli strettamente connessi col proprio “sentire”, il Sancta Sanctorum della propria anima oltre che della personalità: un’espressione bonaria, o inquietante, minacciosa; sensuale, di apertura o di chiusura, di disponibilità, arrendevolezza, fragilità, energia. Una personalità indomita e indomabile, bellicosa, o più semplicemente un animo buono, cattivo, bonario o malefico. Ecco che diventa naturale adeguare i propri comportamenti e movimenti corporei alla nuova faccia (espressione) che si indossa.



Ogni giorno, in modo quasi inconsapevole, l’uomo investe molto del suo tempo nel costruirsi un aspetto differente, camuffando atteggiamenti e maniere nel tentativo di apparire più forte o più attraente o semplicemente migliore e, facendo eco ad alcuni esperti della psiche, la sovrastruttura dipinta, in realtà non nasconde chi la indossa. Anzi, abbattendo molti ostacoli inibitori, essa ne svela carattere, debolezze e desideri, e nascondersi seppur in parte, attraverso il “travestimento”, si è trasformato nel tempo in un modo per appagare desideri altrimenti inappagabili. Perché, da questo breve racconto si evince che c’è qualcosa che accomuna l’essere umano di qualsiasi provenienza, cultura, religione, colore, orientamento sessuale o ideologia politica sia: il bisogno di mascherarsi (leggi truccarsi, pettinarsi, abbigliarsi, e adornarsi) per sentirsi il più possibile vicino a un modello ideale condiviso e riconosciuto. Corazzarsi per avere più forza; annullarsi per essere più presente e potente. Nascondersi per diventare un altro, dunque. Anche al fine di fare ciò che, altrimenti, non si avrebbe il coraggio di fare. La componente piscologica che si nasconde dietro al semplice atto di pettinarsi o di tingersi le labbra o le ciglia, sembrerebbe, dunque, di proporzioni gigantesche; fino a rubare il campo ad altre pulsioni che concorrono a motivare queste azioni: narcisismo, vanità, esibizionismo, fascinazione, diventare appetibili e sessualmente interessanti o più interessanti. Sì, perché la bellezza seduce, conquista, emoziona. La trasfigurazione ottenuta col trucco dunque è sempre legata alla scena, sia che la rappresentazione avvenga su di un palcoscenico reale, sia su quello della vita. Sulla bellezza La modernità ha spostato, avvicinato e mescolato popolazioni e culture. Ha cancellato progressivamente la coincidenza millenaria tra frontiere geografiche dei paesi e frontiere morfologiche dei tipi fisici e delle loro rispettive culture. Conseguentemente, si è resa meno evidente la particolarità fisionomica dei visi ma è aumentata la nostra Conoscenza, quale portato del prodotto dell’Uomo. Così, oggi, abbiamo la fortuna di poter disquisire, con maggiore consapevolezza, di etologia come studio del comportamento e della percezione del sé esteriore, quale inevitabile proiezione di quello interiore, così immensamente complesso. Basti pensare ai canoni classici, quelli greci per intenderci, che da sempre hanno definito la perfezione estetica. Già, però le cose cambiano e vengono filtrate dal “sentire” del momento storico. Un esempio: ancora oggi i più immaginano il mondo classico costellato da templi e statue di marmo bianco immacolato. Tuttavia questo non è che il portato del Romanticismo ottocentesco; infatti, templi e statue nella Grecia antica erano coloratissimi né più né meno come i templi indù di oggi.



Gli stessi canoni creati per definire la bellezza fisica furono pensati per gente del Mediterraneo (del resto gli altri, i non greci, erano indicati, con malcelato disprezzo come “barbari”). Oggi invece, in un mondo più globalizzato, l’ideale di bellezza si è spostato verso forme più negroidi: gambe lunghe, natiche ben sviluppate, vita stretta e spalle large. Del resto anche il David, capolavoro di Michelangelo, se avesse le gambe più lunghe di una decina di centimetri, oggi ci sembrerebbe ancora più bello.




