La fine dell’effetto perfetto: cosa sta davvero cambiando nella cosmetica (2026–2027) di Antonio Ciaramell

2026-03-31 17:16

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La fine dell’effetto perfetto: cosa sta davvero cambiando nella cosmetica (2026–2027) di Antonio Ciaramella

Se dovessi scrivere oggi il capitolo successivo di Make-up: cent’anni allo specchio +25, quello dedicato al 2026, non partirei da un trend estetico, n

Se dovessi scrivere oggi il capitolo successivo di Make-up: cent’anni allo specchio +25, quello dedicato al 2026, non partirei da un trend estetico, né da un nuovo prodotto.

Partirei da una frattura.

Perché questo è il momento in cui la cosmetica smette di cambiare solo per evoluzione stilistica e inizia a trasformarsi per necessità. Un passaggio meno visibile, ma molto più profondo, che non riguarda solo ciò che vediamo allo specchio, ma ciò che accade dietro le formule.

Ed è proprio da qui che bisogna iniziare.

C’è una narrazione, molto rassicurante, che accompagna ogni nuova uscita cosmetica: l’idea che tutto migliori perché qualcuno, in laboratorio, ha avuto un’intuizione più brillante degli altri. È una narrazione seducente, ma parziale.

La verità, soprattutto oggi, è più complessa e – se vogliamo – anche più interessante: la cosmetica non sta cambiando solo per evoluzione creativa, ma perché è costretta a farlo.

Chi lavora nel settore lo percepisce chiaramente. Le formule si muovono, si alleggeriscono, si ibridano con la skincare. Ma questo movimento non nasce nel laboratorio: nasce fuori, nelle normative, nella sensibilità ambientale, nella pressione culturale. È un cambiamento sistemico.

Per capirlo davvero, bisogna partire da una distinzione semplice, ma fondamentale, che spesso viene data per scontata: quella tra prodotti wash-off e leave-on. I primi sono quelli che utilizziamo e poi risciacquiamo – detergenti, shampoo, bagnoschiuma. I secondi, invece, restano sulla pelle per ore: fondotinta, creme, sieri, primer. Questa differenza non è solo tecnica, è normativa. Un ingrediente che in un wash-off può essere tollerato, in un leave-on diventa automaticamente più critico, perché il suo tempo di permanenza – e quindi il suo impatto – è completamente diverso.

Ed è proprio sui leave-on che oggi si sta concentrando l’attenzione.

Uno degli esempi più emblematici è il Cyclopentasiloxane, il cosiddetto D5. Per anni è stato uno degli ingredienti più utilizzati nei fondotinta long-lasting, e non a caso: garantiva una stesura estremamente scorrevole, un’evaporazione rapida e quella sensazione setosa che molti di noi associano ancora oggi all’idea di “fondotinta professionale”. Non era solo un ingrediente, era una struttura portante.

E allora perché eliminarlo?

Non perché sia pericoloso per la pelle nel senso più diretto e immediato. Il punto è un altro, ed è qui che si apre un passaggio epocale: il D5 è una sostanza persistente e bioaccumulabile. Questo significa che, una volta immesso nell’ambiente, non si degrada facilmente e può accumularsi negli ecosistemi, in particolare in quelli acquatici. La valutazione, quindi, non riguarda più soltanto l’individuo che lo applica, ma il sistema in cui quell’individuo vive.


 

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È un cambio di prospettiva radicale: dalla sicurezza per l’uomo alla sostenibilità per il pianeta.

All’interno di questo scenario si inserisce anche il tema delle microplastiche, che negli ultimi anni ha ridefinito completamente il modo in cui vengono analizzati molti ingredienti cosmetici. La questione non è più solo “funziona o non funziona”, ma “cosa succede dopo?”. Dopo che il prodotto viene rimosso, dopo che entra nei sistemi di scarico, dopo che attraversa ambienti che non sono stati progettati per gestirlo.

Quando un ingrediente come il D5 viene limitato o eliminato, non si tratta di una semplice sostituzione. Non esiste un “equivalente perfetto”. Quello che accade è una vera e propria riprogettazione della formula. Cambia il veicolo, cambia la sensorialità, cambia la performance.

E soprattutto, cambia l’estetica.

Se le formule del passato tendevano a creare un film uniforme, compatto, visivamente impeccabile ma spesso statico, le nuove formulazioni si muovono verso strutture più elastiche, più dinamiche, più adattive. Si parla spesso di “seconda pelle”, ma dietro questa espressione c’è una realtà tecnica precisa: non più un rivestimento che corregge, ma una struttura che segue.

È in questo passaggio che il marketing entra in una zona interessante, quasi contraddittoria. Quando oggi si parla di prodotti “più leggeri”, “più traspiranti”, “più elastici”, si sta implicitamente ridefinendo il passato. Senza dirlo apertamente, si suggerisce che prima fosse il contrario. Non è una bugia, ma è una narrazione selettiva, che racconta solo il presente e mai il confronto reale.

Da docente, è proprio qui che si apre uno spazio importante: insegnare a leggere le formule oltre il linguaggio.

Un altro aspetto evidente di questa transizione è l’ingresso sempre più massiccio della skincare all’interno del make-up. Niacinamide, acido ialuronico, glicerina, estratti vegetali: non sono più eccezioni, sono diventati struttura. Ma anche qui è importante non fermarsi alla superficie. Non è solo una scelta di posizionamento, è una necessità tecnica. Venendo meno alcuni effetti ottici e leviganti immediati, la formula deve lavorare in sinergia con la pelle, non sopra di essa.

Questo, però, apre una serie di domande molto concrete, soprattutto per chi il make-up lo utilizza e lo applica quotidianamente.

La prima riguarda la coprenza. È evidente che molte di queste nuove formulazioni risultano, nella pratica, meno coprenti. Più sottili, più trasparenti, più luminose. Il concetto di “modulabilità” viene spesso utilizzato come risposta, ma va analizzato con attenzione. Stratificare non significa semplicemente aggiungere pigmento: significa sovrapporre un sistema complesso fatto anche di componenti idratanti e umettanti. E questo può portare, soprattutto su alcune pelli, a un aumento della lucidità e a una perdita di controllo.


 

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Qui entra in gioco la tecnica.

Si sta diffondendo l’idea di applicazioni con le mani, proprio per evitare che strumenti come il pennello assorbano la componente più fluida e “skincare” della formula. È un’indicazione che ha un suo senso, ma non è universale. Il pennello, soprattutto se a setole fitte, tende più a distribuire che ad assorbire, ma può rendere l’effetto ancora più sottile e trasparente. La spugnetta, invece, introduce un elemento di pressione e fusione con la pelle, ma sottrae prodotto e aumenta ulteriormente la naturalezza.

In altre parole: nessuno strumento restituisce la coprenza piena delle vecchie formule.

E questo ci porta a un punto cruciale, spesso poco discusso: cosa succede alle pelli che hanno bisogno di correzione reale?

Perché il fondotinta, nella sua funzione più diffusa, non nasce per “valorizzare” una pelle perfetta. Nasce per uniformare, per correggere, per riequilibrare discromie, texture, imperfezioni. Se la direzione del mercato si sposta sempre più verso la trasparenza e la luminosità, è inevitabile che emerga un’esigenza parallela.

È probabile, nei prossimi anni, una polarizzazione del mercato:

da una parte fondotinta sempre più leggeri, ibridi, skincare-driven

dall’altra prodotti ad alta coprenza, più tecnici, spesso di derivazione dermocosmetica o professionale

I prodotti camouflage, le texture cerose, le formulazioni ad alta concentrazione pigmentaria potrebbero tornare centrali, soprattutto per esigenze specifiche: pelli mature, discromie marcate, condizioni cutanee particolari.

Un altro tema fondamentale è quello del cosiddetto effetto “soft focus”, o blur. Storicamente, questo effetto è stato ottenuto grazie a:

polveri sferiche (silice, nylon, PMMA)

siliconi che diffondono la luce

particelle che riempiono otticamente le micro-irregolarità

Con la riduzione di alcuni siliconi, questo effetto non scompare, ma cambia natura. Viene oggi ricreato attraverso:

polveri trattate e sempre più sofisticate

sistemi ibridi tra pigmento e filler ottico

strutture che diffondono la luce in modo meno uniforme ma più naturale

Il risultato non è più un blur “fotografico”, ma un’attenuazione più organica, meno artificiale.

E forse è proprio qui che si intravede la direzione futura.

Non una pelle perfetta, ma una pelle credibile. Non una correzione totale, ma una gestione intelligente della realtà.

La cosmetica, ancora una volta, non sta solo cambiando formula. Sta cambiando linguaggio.

E come ogni linguaggio, riflette il tempo in cui nasce.


 

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